Gazzetta Notarile

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Notizie Flash L’incapacità di testare deve essere dimostrata clinicamente
Email Stampa PDF

L’incapacità di testare deve essere dimostrata clinicamente

È quanto ha stabilito il Tribunale di Cassino, con la sentenza n.ro 810/2010. “La presunzione di capacità – si legge, infatti, nelle motivazioni - può essere evinta solo da un vero e proprio squilibrio mentale, anche temporaneo,

 tale da offuscare la coscienza e i freni inibitori (Cass. 4463/1978), in modo da impedire od ostacolare una seria valutazione dei propri atti (Cass. 332/1987)”. Ai fini dell’accertamento della effettiva sussistenza dell’incapacità di intendere e volere, come motivo di invalidità del testamento, dunque, è necessaria una perizia basata su documenti sanitari inoppugnabili, temporalmente vicini o contestuali all’atto. Tutto ciò si traduce sul relativo onere della prova dal momento che chi vorrà impugnare una scheda testamentaria, dovrà dimostrare l’incapacità del testatore al momento della redazione; viceversa, laddove lo stesso antecessor sia affetto da incapacità totale o permanente, sarà compito di chi vuol far valere la disposizione testamentaria dimostrare che il negozio fu redatto in un momento di lucido intervallo.

 

Login Abbonati

www.finanza.com
News sulla Borsa italiana info.gif (242 byte)

Notizie flash

Atti finalizzati alla riscossione di imposte: le novità del Notariato

 Lo studio n. 149-2012/C (relatore Marco Krogh)[1], rubricato “Atti simulati o fraudolenti finalizzati alla sottrazione di beni alla riscossione delle imposte”, interviene in materia di concorso nel reato di cui all’art. 11 d.lgs. n. 74/2000, dettando tutta una serie di spunti interessanti: nato a seguito dei recenti interventi giurisprudenziali in tema (cfr. Cass. penale n.ri 21013/2012; 19595/2011 e 36290/2011), affronta il problema della configurabilità del coinvolgimento del professionista nel reato di cui alla norma citata, chiarendo che la condotta antigiuridica non può essere ascritta al solo fatto che il notaio abbia ricevuto un atto simulato o fraudolento, in quanto la fattispecie normativa prevede espressamente che egli “sappia e voglia” concorrere nel delitto (art. 43 c.p.).

Nello studio vi è anche menzione del problema ‘fondo patrimoniale’, più volte chiamato in causa dalla stessa Cassazione per il reato di cui all’art. 11 richiamato: sotto accusa, in particolare, sembrerebbero la mancata enunciazione delle ragioni della costituzione del fondo e l’effetto segregativo che ne deriva in forza dell’art. 170 c.c.

Art. 11¹ D.lgs. 74/2000 (dopo il 31 maggio 2010)

E’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamene o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. Se l’ammontare delle imposte, sanzioni ed interessi è superiore ad euro duecentomila, si applica la reclusione da un anno a sei anni”.

 


[1] In pubblicazione sul prossimo numero della Gazzetta Notarile.