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Carta d’identità: non c’è da fidarsi dei soli testimoni

 

Il funzionario comunale, che rilascia una carta d’identità non veritiera ad un soggetto identificato esclusivamente per il tramite di testimoni, diventa corresponsabile in caso di abuso del documento: è quanto stabilito nella circolare n.ro 6149/2011, emanata dalla prefettura di Siena.

“L’art. 289 del regolamento del T.U. delle leggi di pubblica sicurezza (…) – chiarisce, in proposito, la comunicazione – prevede il rilascio della carta d’identità dopo rigorosi accertamenti (…)” da eseguire, ove necessario, anche a mezzo degli organi di polizia: troppo spesso, infatti, accade che agli uffici anagrafe del comune si presentano soggetti completamente privi di qualsiasi documento di riconoscimento, per quanto scaduto, sebbene – continua – “per attestare l’identità personale possono essere utilizzati anche altri documenti equipollenti, muniti di fotografia, pur se scaduti (…)”.

A questo si aggiunga che “una carta di identità rilasciata a persone identificate esclusivamente a mezzo di testimoni resta pur sempre valida, ma in caso di false dichiarazioni e/o di uso improprio del documento sarà ritenuto responsabile anche il negligente funzionario comunale”.

Quindi, mentre seguendo la procedura ordinaria (i.e. attraverso un qualsiasi altro documento analogo), l’impiegato non potrà essere considerato responsabile della veridicità dell’identità personale del richiedente, seguendo quella irrituale, sarà imputabile in caso di utilizzo e/o realizzazione di una carta d’identità non veritiera.

 

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Notizie flash

Atti finalizzati alla riscossione di imposte: le novità del Notariato

 Lo studio n. 149-2012/C (relatore Marco Krogh)[1], rubricato “Atti simulati o fraudolenti finalizzati alla sottrazione di beni alla riscossione delle imposte”, interviene in materia di concorso nel reato di cui all’art. 11 d.lgs. n. 74/2000, dettando tutta una serie di spunti interessanti: nato a seguito dei recenti interventi giurisprudenziali in tema (cfr. Cass. penale n.ri 21013/2012; 19595/2011 e 36290/2011), affronta il problema della configurabilità del coinvolgimento del professionista nel reato di cui alla norma citata, chiarendo che la condotta antigiuridica non può essere ascritta al solo fatto che il notaio abbia ricevuto un atto simulato o fraudolento, in quanto la fattispecie normativa prevede espressamente che egli “sappia e voglia” concorrere nel delitto (art. 43 c.p.).

Nello studio vi è anche menzione del problema ‘fondo patrimoniale’, più volte chiamato in causa dalla stessa Cassazione per il reato di cui all’art. 11 richiamato: sotto accusa, in particolare, sembrerebbero la mancata enunciazione delle ragioni della costituzione del fondo e l’effetto segregativo che ne deriva in forza dell’art. 170 c.c.

Art. 11¹ D.lgs. 74/2000 (dopo il 31 maggio 2010)

E’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamene o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. Se l’ammontare delle imposte, sanzioni ed interessi è superiore ad euro duecentomila, si applica la reclusione da un anno a sei anni”.

 


[1] In pubblicazione sul prossimo numero della Gazzetta Notarile.